a un certo punto ti rendi conto che è il momento di imparare da quello che vivi. non importa se ripeterai gli stessi errori. intanto impari. e il concetto di imparare non è scontato e immediato come potrebbe sembrare.
ad esempio, quando mi trovo alla panchina di una stazione della metropolitana e mi sembra di essere sorpresa da una doccia gelata, e rimango incapace di pensare e muovermi (riesco ancora a respirare, sì?), anche lì sto imparando qualcosa.
e penso a quanto io sia stata vera e trasparente negli ultimi mesi, fregandomene delle conseguenze e di quello che poteva sembrare. non mi interessa più quello che sembra. io voglio essere. e sono questa giovane donna, come mi definisce un’amica quando mi dispero che i ragazzini mi diano del lei, che ha fatto, come tutti, delle cazzate. di alcune se ne è resa conto e avrebbe voluto chiedere scusa, diverse le ha ripetute seraficamente, altre le porta avanti tuttora.
a volte scopri che è troppo tardi, che sei fuori tempo massimo. a volte ti viene concessa la possibilità di camminare ancora un po’, fino al prossimo bivio.
vuoi che non si impari da tutto questo?
nel frattempo sono cresciuta e mi sembra di essere sulla strada del ritorno da un lungo viaggio complicato e stancante, uno di quelli catartici in cui scopri te stessa o ti ritrovi. ho scoperto che il ritorno è la parte più difficile e io ci sono in mezzo. è un viaggio che mi ha fatto piangere lacrime che credevo di non avere più. mi sbagliavo. è un viaggio che rappresenta una fine e un inizio, come nelle migliori tradizioni. di stazione in stazione, di porta in porta, di pioggia in pioggia.
Tutti i viaggi rappresentano più di un semplice spostamento. Spesso sono cambiamento, dove il ritorno fisico non corrisponde a quello mentale. Di certo sono “crescita” ed è per questo che bisognerebbe farli in continuazione.