undici gennaio
gennaio 12th, 2007 § 8 commenti
Saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace.
Khorakhanè
L’undici Gennaio accendo la radio e ascolto qualche sua canzone. Tributo silenzioso, come direbbe la mia querida. Mi capita quasi ogni giorno di ascoltarti, è vero, però quello di questa data è un abbraccio in più. Undici Gennaio. Nessun santino, nessun altare.
Ascolto le parole tratte dall’album che si intitola “Ed avevamo gli occhi troppo belli”, e penso tu avessi anche la voce troppo bella, e l’anima. Avevi quell’anima indescrivibile da poeta, e in tantissimi t’hanno amato, e tantissimi sentono sempre la tua mancanza, e questo rimarrà immutabile.
Rimane indistruttibile anche la consapevolezza cruda e calda di quello che rappresenti e che non dimentico, perché sei un pezzo di strada stupendo della mia vita.
Sei la musica dei miei genitori che è anche la mia, e già questo lo trovo magico.
Sei un album che è stato sottofondo non casuale del sentimento che mi ha legato alla persona che più ho amato. Sei il cantore di Edgar Lee Masters, ad esempio di quel malato di cuore che ha dato voce a una mia lettera d’amore il cui incipit era raffigurato da ”non credo che chiesi promesse al suo sguardo, non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce, quando il cuore stordì e ora no non ricordo, se fu troppo sgomento o troppo felice”: versi che ogni volta mi lasciavano senza fiato, perché rappresentavano alla perfezione me, il profumo di quel sentimento, la sua autenticità ingenua e disperata insieme. E poi tra gli altri c’era anche un matto, quello del “tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”: mi ha segnato così tanto quella frase, che non saprei parlarne.
Sei “e la memoria è già dolore” da cantare assieme a un gruppo di ragazzini che ancora non ti conosce, sei il “o resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro, continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?” che fa emozionare e vibrare il groviglio che si agita nello stomaco.
Sei quel solenne “per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”, e sei le lacrime di Hotel Supramonte, “una lettera vera di notte e falsa di giorno, e poi scuse accuse e scuse senza ritorno”, e sei la delicatezza di “signorina libertà signorina fantasia, così preziosa come il vino così gratis come la tristezza”.
Sei le nuvole barocche in cielo, “tu mi hai insegnato il sogno, io voglio la realtà”; l’amara dolcezza di quel “l’amore che strappava i capelli è finito ormai, non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza”; il nodo alla gola di Giugno ’73 e Amico fragile; l’indispensabile domanda “com’è che non riesci più a volare?” che ho scritto innumerevoli volte, pensando a me o a chi accanto a me decideva di non essere più.
Sei la vita accanto a un brigante sardo che ha scelto Franziska, l’assurdità della morte in guerra di Piero, il senso di ingiustizia e perbenismo verso Bocca di Rosa, l’impotenza per la storia di un impiegato e poi, verso la fine del tuo cammino, quella pietra scagliata lì, “che ci deve essere un modo di vivere senza dolore”, anticipato dalla verità che ”il dolore degli altri è sempre dolore a metà”.
E sei anche l’anarchismo del “non ci sono poteri buoni”, poi Suzanne di Cohen e Les passantes di Brassens: il toccare il corpo con la mente e i rimpianti per le occasioni perdute.
Sei quello che non si può raccontare perché le parole per descriverti possono essere solo la sorgente dei tuoi versi, e sei la magia che avvolge e lascia un rimpianto e una felicità muti e vagabondi.
Genova, quando la visiterò, sarà il nome di una via, Via del campo; sarà il gocciolare di calde lacrime pensando alla tua chitarra, al vuoto che hai lasciato, alla fortuna di averti conosciuto, e sì, in un certo senso anche incontrato.
Sarà anche Dori Ghezzi che afferma che è vera la frase “Quel che non ho, è quel che non mi manca”, perché a te non mancava nulla: tu il mondo lo avevi dentro te. E io in questo ci credo con bianca, immacolata fiducia.
E la pochezza delle mie parole la termino con le parole di Smisurata preghiera, tratta da quell’ultimo album che è davvero indimenticabile.
Ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere.
Mi hai fatto venire i brividi Vale..
Questa volta nn posso davvero nn commentare..
in poche parole hai portato alla mente migliaia di emozioni che provo nell’ascoltare queste canzoni .. ma io nn so descrivere quello che sento dentro se nn con un piccolo sorriso, però racchiude i miei più profondi-veri-sinceri sentimenti…
ti abbraccio
Vi ringrazio, ma davvero per questo post non ho il minimo merito: non ho fatto altro che ritagliare frammenti di alcune delle sue meraviglie, e quante ne ho tralasciate!
Una per tutte il massacro perpetrato verso gli indiani d’America in Sand Creek. Come mi ha detto Ilenia ascoltando assieme questa canzone, è incredibile quanto Fabrizio sia riuscito a riassumere in pochi versi tutte le immagini e il dolore che sorgono da questa canzone.
amerebbe la poesia aggiunta
con la quale intessi le sue canzoni e le fai vita quotidiana;
apprezzerebbe la generosità – ed è quanto dovrebbe accadere con tutto ciò è cultura: condividere.
tu mi hai insegnato questo un sacco di volte, con i fatti; invece le parole le hai lasciate ad altro, ad altri doni, alla rivelazione con la quale sai trasportarci. con le parole riveli, persino quando non sono tue. (è per qualcosa, un valore aggiunto, che sta dentro di te :).
è almeno curioso che a me ieri sia venuta voglia di ascoltare il cantico dei drogati e smisurata preghiera, così (assieme al fossati di Orologio Americano)… e poi al suono di smisurata preghiera ho tagliato (con forbici) (per permettermi un e mi ricordo infine di voi quando Voglio ricordarmi) e ho riso.
che splendide tu e la ele
Sai cosa mi spiacerà a vita? Di non esser mai riuscito ad andare ad un suo concerto.
Anche a me, Thunder. Immensamente.
Giul, le empatie non sono caramelle ;)
[...] qui quanto scrivevo l’undici gennaio 2007 – l’anno che, ancora non lo sapevo, avrebbe [...]