thunder road, sit tight take hold

giugno 1st, 2012 § Lascia un commento

giornate in cui mi ritrovo per lavoro in una piazzetta di milano dove scopro esserci la casa in cui è nato e vissuto alessandro manzoni, tra la sede di una grande banca e un ristorante di lusso – e penso che anche questa potrebbe essere una metafora per la mia milano, che ti regala lo stupore e la voglia di guardare oltre quando meno te lo aspetti.
giornate in cui cammino fino a quel luogo un po’ nascosto per sedermi su una panchina, sentire il mio cuore accellerare, distendere le gambe e sorridere. esiste una legge non scritta: quando fai esattamente quello che senti, nessuna paura potrà mai fermarti.
giornate in cui leggo i meravigliosi post di gabriele romagnoli e mi soffermo a rileggere più volte una frase: “è voler essere autentici fino in fondo (magari peggiori)”.
giornate in cui penso che le persone che mi sono vicine ogni giorno mi rendono migliore. e mi fanno credere di nuovo, dopo tanto tempo, in un sentimento comunemente definito amicizia. perfino sorellanza.
giornate in cui mi chiedo: ero davvero io, quella?, con lo stupore di chi non lo crederebbe possibile.
giornate in cui ascolto thunder road e mi godo la luce della sera, nell’istante in cui sembra impossibile possa terminare.

* soundtrack: thunder road, bruce springsteen

ovunque proteggi la grazia del mio cuore

maggio 17th, 2012 § Lascia un commento

i mesi in cui mi sembra di aver camminato molto più degli ultimi anni. l’amicizia che non ha a che fare solo con le risate e il vino ma con il confronto che rende migliori e più consapevoli, anche quando è doloroso. le canzoni che ritornano prepotentemente perché non sono mai andate via. l’esplosione di quella che sei e che continui a scoprire con stupore. una nuova residenza, un trasloco e una microcasa da cercare. la saga di harry potter. desiderare una bicicletta. immaginare già le isole greche e uno scorcio di turchia. scendere a patti con la paura. scrivere tre racconti: tre protagoniste e un’unica voce. leggere ad alta voce, arrossendo un po’. invocare, silenziosamente, la grazia del cuore.

soundtrack: ovunque proteggi, vinicio capossela

a proposito della letteratura che racconta la vita /2

aprile 8th, 2012 § Lascia un commento

e quando l’evento, il grosso cambiamento nella tua vita è semplicemente una presa di coscienza non è strano? non c’è assolutamente nulla di diverso tranne il fatto che vedi le cose in un altro modo e di conseguenza sei meno impaurita e meno ansiosa e nel complesso più forte: non è sorprendente che una cosa completamente invisibile nella tua testa possa sembrarti più vera di qualunque altra cosa tu abbia mai provato prima?
[jonathan franzen, le correzioni]

si sta facendo sempre più tardi

marzo 26th, 2012 § 2 commenti

ho letto sostiene pereira circa dieci anni fa. mi aveva folgorata. da lì, ho iniziato a leggere tutto di antonio tabucchi. sono andata alla presentazione di un suo libro, otto anni fa. era un 25 aprile e ricordo ancora quell’incontro: mi avevano colpito gli occhi, il senso di tranquillità del suo volto. e i sorrisi. aveva un sorriso che ti rimetteva in pace con il mondo. impacciata e rossa, mi ero fatta firmare un autografo. lui mi aveva sorriso, ancora. non gli avevo domandato nulla, per vergogna, ma era stato un incontro capace di infondermi quel tipo di felicità che solo i libri sanno trasmettere. mi aveva fatto percepire ancora una volta la potenza della letteratura, di un mondo che è sempre stato la mia ancora di salvezza, per bellezza e intensità.
posso dire, senza correre il rischio di esagerare, che tabucchi è stato uno degli autori italiani della mia formazione letteraria, oltre che umana.
mi sono ricordata di uno dei suoi romanzi che più ho amato: si sta facendo sempre più tardi. e ho ripescato due frammenti, che possono legarsi perfettamente tra di loro.

“e tu eri felice, nel frattempo. perché le persone possono essere felici, nei loro frattempi”.

“e ti direi anche che ti aspetto, anche se non si aspetta chi non può tornare.”

e niente, mi tengo addosso questa malinconia, almeno per oggi.

a proposito di gabbie, doveri e amore

marzo 22nd, 2012 § 1 commento

la gente ha sempre avuto paura dei lupi. in passato si pensava che il lupo fosse il diavolo travestito. sono sempre stati i cattivi delle favole e del folclore. ma cos’è questa paura, in realtà? non è forse la paura del selvaggio che è in noi? non è forse tutta la struttura della società finalizzata a farci entrare in gabbie sempre più piccole? più siamo imprigionati dal dovere e dall’amore, più il nostro lato selvaggio ne esce addomesticato e più pensiamo di sentirci sicuri. ma, naturalmente, non è vero. non ci sentiamo affatto sicuri.
[helen humphreys, cani selvaggi]

un giorno vorrei parlare di chi si atteggia a donna metropolitana, da una stanza tutta per sé, e poi quello che cerca si riduce a un uomo con cui dividere l’affitto di un bilocale a milano, perché conviene. si tratta di una scelta come un’altra, se non si fosse mai parlato di indipendenza – scudo che spesso maschera la paura della solitudine – e si fosse rimaste al paesello visto che, non c’è nulla di male nell’ammetterlo, tutto si riduce a sentirsi realizzate in quella prospettiva. probabilmente è l’inevitabile realtà che accomuna noi donne, una realtà a cui cerco scioccamente di sottrarmi, combattendo contro mulini a vento e credendo in quella cosa per cui uno cerca di vivere al meglio e di essere felice da sé e bastarsi – una cosina da niente, lo so – e poi accade quel che accade, anziché impegnarmi in un fiancée planning (true story, direbbe barney) e sistemarmi. tutto questo, che non saprei esattamente come esprimere, l’ho trovato racchiuso in uno stralcio di cani selvaggi, un romanzo straziante e inevitabile, e penso che, tra tutto, io sarei veramente persa senza i libri.

non puoi scordare dove son state le tue labbra / sai già come sarà, ma non sai più chi sei*

marzo 16th, 2012 § 2 commenti

succede all’improvviso, mentre lavo l’insalata, parlo con un’amica, ascolto qualcuno al laboratorio di scrittura. mi succede camminando per strada o leggendo un libro. succede e mi coglie impreparata, non importa quanto io possa esserne consapevole. ogni volta è sempre la prima. cambia la modulazione del sentimento, ma l’eco rimane nitido e inconfondibile. è come andare in frantumi per un lunghissimo istante in cui ti chiedi come sia possibile riuscire ancora a respirare. poi ogni pezzettino si ricompone, la fitta insopportabile si allenta gradualmente e riesci a nasconderla talmente bene in un angolo della tua mente da non pensarci più. almeno fino alla volta successiva.

quando sei andata in pezzi in quel modo, non tornerai più quella che eri. ché di tristezze, dolori e nostalgie ogni esistenza ne è banalmente piena, ma esiste un momento che cambia ogni cosa. lo sanno i tuoi occhi, le tue labbra, i tuoi slanci. e anche i desideri. cerchi di non pensarci, scacci il pensiero come una mosca fastidiosa. ti dici che non è vero, ti stai suggestionando.

la realtà è che non puoi farci niente. potrai traslocare, decidere di andare a ballare, avere una scatola piena di rossetti e matite per gli occhi e creme profumate e non riuscire più a vederti senza smalto rosso. potrai fingere di essere totalmente diversa da quella che sei sempre stata e che forse sei ancora. pensa un po’, potresti essere chi preferisci. potresti cambiare ancora e ancora, reinventarti a piacimento, senza che nessuno lo scopra.

smetterai di chiederti se la sensazione di frantumarsi in mille pezzi ogni volta svanirà prima o poi. sarai impegnata a scrivere, a conquistare momenti di complicità e felicità cercando di non fartene scappare più neppure uno.
quella domanda si aggiungerà a tutte le altre senza risposta con cui hai imparato faticosamente a convivere, e continuerai a sperare di arrivare un giorno talmente lontano da esserti dimenticata perfino quello che continuavi a chiederti (e non è scontato che accada, ché da queste parti non si crede molto agli happy ending).

* soundtrack: ballata per la mia piccola iena

quale pazzo aspetta tanta oscurità per riconoscere se stesso?

marzo 6th, 2012 § 2 commenti

gli afterhours hanno sempre ragione.

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